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Writer Poesia

Writer Poesia (52)

Autore: AA.VV. a cura di Raffaella Amoruso
Titolo: "Per non dimenticare"
Formato:15x21
Pagine: 88
Anno di pubblicazione: 2015
ISBN: 978-88-97341-89-5

OLOCAUSTO
A partire dalla seconda metà del XX secolo, si indica il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d'Europa e, per estensione, lo sterminio nazista verso tutte le categorie ritenute "indesiderabili” che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni.
Un tema cui non possiamo sottrarci, nessuno di noi può e deve dimenticare.
L’Olocausto fa parte della nostra storia … questo libro è dedicato a tutte le vittime e ai superstiti di quel terribile atto.
Gli autori sono chiamati in causa con la loro anima, a scrivere nero su bianco i loro pensieri … per non dimenticare … MAI!

Raffaella Amoruso

 



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Blog::http://raffaellamoruso.blogspot.it/p/fare-del-bene-ci-fa-stare-bene.html#.UQL-YfL_2Wk

 

Autore: Franz Hodjak
Titolo: Quindici poesie
Formato: 12x18
Pagine: 64
Anno di pubblicazione: 2015
ISBN: 9788897341857


Il poeta Franz Hodjak, nato a Sibiu nel 1944 e appartenente alla minoranza di lingua tedesca in Romania, ha dedicato i suoi studi universitari alla germanistica e alla romanistica e fino al 1992, anno del trasferimento in Germania, è rimasto radicato all'isola linguistica tedesca attorno a Sibiu e Cluj. Nella prima produzione letteraria di Franz Hodjak si respira ancora un alito di fiducia nel progressivo cambiamento della società; a poco a poco, però, la fiducia si dissolve e la sua poesia cambia tono, in essa si riflettono i problemi del contesto politico, ma – al fine di evitare la censura diventata nel frattempo onnipresente – egli ricorre in modo insistito alla forma velata, ambigua e piú o meno cifrata. Ammiratore di Trakl e Brecht, egli è creatore di atmosfere, ma sempre piú nei suoi versi – come nella raccolta Augenlicht (Luce degli occhi) del 1986 – si nota una tendenza al laconismo, che sottintende delusione ed amarezza. Inoltre la decisione di trasferirsi in Germania comporta il sorgere di implicazioni esistenziali: il mondo che abbandona è il luogo dell’esperienza vissuta, di cui conosce pericoli e insidie, il mondo verso cui va, lo turba per le incertezze e gli imprevisti. La poetica del poeta si esprime, in un nucleo vitale, proprio in queste Quindici poesie.





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Autore:  Raffaella Amoruso e  Anna De Santis
Titolo: "Charme"
Formato:15x21
Pagine: 112
Anno di pubblicazione: 2015
ISBN: 978-88-97341-86-4

Anomala esperienza nel mio percorso di critica letteraria ad au-tori contemporanei è questa che mi vede quale prefatore del nuovo testo di Raffaella Amoruso scritto a quattro mani con la poetessa Anna De Santis. O, per esser più precisi, bisognerebbe dire che Charme è una bi-antologia poetica che contiene testi dell'una come testi dell'altra e non poesie scritte propriamente a quattro mani, che è tutto un altro discorso, oltre ad una moda abbastanza diffusa negli ultimi tempi.
Conoscevo già la poetica della Amoruso per aver letto recente-mente e recensito il suo volume Aculei spilli (2014) e torno a leggerla, ora, con piacere in questa esperienza condivisa con Anna De Santis. La Amoruso non è nuova a pubblicazioni che hanno questo taglio "plurale" dato che, recentemente ha pubblicato an-che Ama...amo (2013) insieme a Fabio Amato, poeta milanese.
Punto di partenza dell'analisi potrebbe offrirla l'etimologia della parola charme che campeggia quale titolo di copertina: ci tro-viamo di fronte a un francesismo che deriva dal latino "carmen" che significava incantesimo e/o fascino. Lo charme quale defini-zione in un vocabolario di utilizzo odierno è un termine il cui si-gnificato è legato prevalentemente a due concetti che sono il fa-scino (dunque l'avvenenza e l'attenzione per l'estetica, come era nella sua accezione latina) e la gentilezza (dunque la capacità in-nata di rapportarsi agli altri). Fascino e gentilezza che possiamo ricercare in una donna (ma, perché no?, anche in un uomo) non sono relegati, però, solamente alla loro dimensione fisica cioè le-gata alla apparenza e al sistema di buone/cattive maniere, ma è anche una categoria dello spirito, una caratterizzazione dell'ani-ma e dunque della propria interiorità.
Chi ha charme è ricco d'attenzioni, interesse, fascino e dunque è attraente, ammaliante, ricercato, seducente, avvenente etc etc. Tutto questo contribuisce a dare alla persona charme quel quid aggiuntivo che gli altri privi di charme non hanno: coloro che so-no i comuni, i non avvenenti, i non seducenti.
Ma chi definisce la presenza o meno di charme? Quale è il metro di giudizio e di investigazione per poter dire che, effettivamente, una donna è dotata di charme mentre un'altra non lo è? Non vi è un sistema caratterizante di questo tipo (e per fortuna!, aggiungo) dunque lo charme, quale figlio diretto della bellezza e dunque del sublime non è che un fattore estetico opinabile, una conside-razione soggettiva e in quanto tale degna di osservazioni e di pa-reri discordanti.
Ma, per non divagare e per ritornare all'oggetto della presente raccolta, dirò che il tema fondamentale che unisce un po' tutte le liriche è quello dell'amore: dell'amore sognato o sperato, di quel-lo realizzato e consumato, di quello che si conserva e che resta a testimonianza di un percorso di condivisione unico e raro; dell'amore che si ricerca, al quale si tende, dell'amore che a volte si consuma o che porta alla rottura, alla lontananza, alla dispera-zione o addirittura (la cronaca ne dà ampia testimonianza) alla tragedia che -come sempre si dice- poteva essere evitata.
L'amore di cui parla la Amoruso trasmette sensualità ed è sem-bianza concreta di un erotismo palpabile come quando parla de-gli "infiammati sguardi" (p. 10), degli "spogli corpi" (14) e delle "dita ribelli" (p. 17) o evoca la "totale estasi" (p. 13) in quel vorti-care sommesso e piacevole dell'amplesso amoroso. Un po' più austera è la descrizione amorosa della seconda poetessa, Anna De Santis che, castamente, parla di "ardite carezze" (p. 53) e del ritmatico sfiorar delle labbra (p. 68).
A livello stilistico, abissale è la distanza tra le due poetesse di questo libro: alle immagini-fotogramma della Amoruso si con-trappongono immagini descrittive e meticolose, quasi didascali-che della De Santis; al poetare veloce ed espressivo, come fossero pennellate vigorose della Amoruso, si contrappone un verso per lo più lungo e dalla struttura paratattica; all'evocazione di imma-gini che costituiscono analogie e danno in qualche occasione vita a delle vere isotopie nella Amoruso corrisponde una caratteriz-zazione quasi prosastica della De Santis.
Chiaramente sono due diversi modi di fare e di intendere la poe-sia: la Amoruso si attesta su una poesia medio-breve che si con-centra attorno ad immagini-simbolo che ne divengono importan-ti chiavi di lettura, mentre la De Santis sembra particolarmente legata alla costruzione di una poetica di stampo per lo più classico (anche nell'utilizzo di un determinato registro linguistico che, in date circostanze, potrebbe sembrare anche desueto come lo è ad esempio la "d" eufonica che spesso ricorre).


Anche a livello tematico, pur rimanendo all'interno dell'ampio filone della poesia d'amore o, comunque, votata a indagare le pieghe più intime del sentimento, si ravvisa una lontananza tra i due sistemi poetici: la Amoruso parla di un amore consumato e da consumarsi con vari e puntuali riferimenti alla sfera dell'Eros e al bisogno insopprimibile di unione della coppia in quella con-divisione da lei definita quale "la perfetta sinergia" (17) che si concretizza in una dimensione quasi mitica, fuori dalla concre-tezza del reale, ossia ben al di là dello "smisurato tempo del non tempo" (47).  Anna De Santis, invece, pur chiamando in causa la sfera dei sentimenti, lo fa in maniera più intima e pudica, senza svelarsi troppo, quasi con quella distanza dalla vicenda mag-giormente caratterizzante un testo narrativo dove vi è impiegato un narratore onniscente: "le mie gote divenivan purpuree/ men-tre le mani sue accarezzavan pelle" (50) dedicandosi nelle liriche oltre all'amato anche a riflessioni sulla propria natura di amante come avviene nella lirica "Mio cuore gitano" (p. 64). Non manca l'indignazione nei confronti di un mal-trattamento nei confronti delle donne subito dagli uomini che la Nostra così sviluppa a conclusione di una lirica dal tono duro e ribelle: " per quello mi chiamano tutti ..meretrice/ arrivate ansimando solo su quello che si vede, si tocca/altro non sapete fare " (p. 65),
Una poesia viscerale, carnale e, se non ardita, senz'altro espres-sione di una forte femminilità quella della Amoruso; una poesia razionale e riflessiva, intima ed emozionale quella di Anna De Santis.
Non è possibile, però, dire se una delle due poetiche sia in qualche modo e per qualche ragione a me preferibile per una motivazione molto semplice: che il critico non è un maestrino e soprattutto, ancor più evidentemente, perché non esiste (o per lo meno non dovrebbe esistere) una scala gerarchica nella poesia: chi è mosso a comporla, chi ne sente l'ispirazione, chi ne abbisogna e chi la ricerca tortuosamente quale prodotto creativo sono tutti accomunati a quel "fare" tipico e connaturato dell'etimologia stessa di poesia contenuta nella radice poesis.


Virginia Woolf, grandissima donna e per la vigorosa mentalità di pensatrice e per la sua prolifica attività di scrittura, sosteneva che se un libro è ben scritto e ha un valore intrinseco al suo interno, il lettore non farà difficoltà a rendersene conto e a percepirlo, sempre mediante le sue inclinazioni e per mezzo dei filtri che ha nei confronti del mondo e allo stesso tempo che una prefazione per questi motivi può risultare poco meno di una perdita di tempo perché non è mai (e grazie a Dio!) il prefatore o il com-mentatore ad accrescere o a determinare il successo di un'opera.
Essa è già sufficiente, in sé, da sola. Scusatemi, dunque, per avervi rallentato la lettura di questo libro e, per favore, scordatevi tutto quello che vi ho detto.

Lorenzo Spurio



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Autore: Martino Maria Felicia
Titolo: Anime Bianche
Formato: 15x21
Pagine: 48
Anno di pubblicazione: 2015
ISBN: 9788897341840

Sì ci incontreremo

Dove il cielo e l’orizzonte si sposano

e fanno all’Amore col mondo.

C’incontreremo

Dove un unico – fine - confine

unisce

e tutto è trasparente come la luce,

tutto è caldo come il Sole,

tutto è splendido come la magia

delle stelle.


 

 

Nascono dal cuore queste canzoni,

fioriscono per te.

Volando fino a te, tessono pensieri nuovi,

strofe e melodie sempre diverse,

sempre “altre”,

sempre sfiorano le tue labbra.

 

Soffiano sul tuo cuore.

Sono arcani e divini

come l’universo intero

questi canti.

 

Toccano per alterità l’elevatezza dei cieli

e il grande spazio cosmico.

 

Come vento incalzante, fremente, questi pensieri

audaci e semplici, sono una ninna-nanna di melodie

che cullano l’orecchio e accendono e placano

il cuore.

 

Portano dove i sogni sono tabù e tutto s’infrange.

 

-Là esistiamo solo io e tu.-

 

Liberi.

 

Anime bianche.

 







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Autore: Pier Franco Uliana
Titolo: Parlar al monte perché il cielo intenda
Formato: 12x18
Pagine: 80
Anno di pubblicazione: 2017
ISBN: 9788899627386

 

Il Bosco del Cansiglio, si parva licet, può essere eletto a rappresentazione fisica e geografica della selva oscura e il Pizzòc del dilettoso monte, per quanto aspro e selvaggio. Chi, di buon crepuscolo mattutino, abbandonato il rettifilo che divide la grande radura centrale, si addentra nel bosco per salire al Monte Pizzòc, illuminato già dai primi raggi, attraverso il Vallon de Taffarel (da cui la voce dialettale tafarièli ‘diavolo’) ancora invaso di ombre tenebrose, può fare diretta esperienza, nel contempo sensoriale ed intellettuale, della via smarrita. Per quanto cupo e tortuoso, il sentiero conduce alla cima e solo là, in tanto di panorama panveneto, vedrà laggiù risaltare quella stessa selva, ormai purgata dall’oscurità, fatta spessa e viva. Non gli resterà poi che alzare lo sguardo al serenissimo cielo.

 






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Autore: Nazario Pardini
Titolo: I Canti dell'Assenza
Formato: 15x21
Pagine: 238
Anno di pubblicazione: 2015
ISBN: 9788897341796

Immergersi quotidianamente nelle onde magnetiche della poesia, quella che rimane indelebile e profondamente incisa nella nostra memoria, per un non so che di misterioso e di affascinante, di melodico e di ancestrale, appare quasi sempre come una illusione che il nostro sub conscio incamera per elaborare e riguadagnare particolarmente ad occhi chiusi lo spazio tempo protagonista della scena esistenziale. Il poeta cerca di allontanare la discontinuità che nasce involontariamente dalle immagini, come colore e suono, per rimodellare il simbolo tra la realtà e le singole stravaganze del quotidiano. In presa diretta, senza troppi tentennamenti, il racconto che Nazario Pardini ricama reca un marchio di fabbrica inconfondibile, e gli scatti in avanti stimolano un inanellato im-primere delle intensificazioni, un tentativo per allontanare da sé ogni falsificazione del rito, scandagliando nei ritagli della speculazione ritmica. - Il canto nasce già variopinto, con una elegia che apre alla visibilità dei sentimenti, mediante incipit ed incisi di una esperienza che attinge ai ricordi e continua nelle immagini. “… Quante sono le sagome sperse/ per strade, per monti,/ sobborghi, marine,/ quante ombre su terre diverse/ a me sconosciute./ Quasi tutto nel nulla s’adagia/ e in me che un notturno/ scolora/ perfino il ricordo vacilla.” - Le memorie si perdono purtroppo nello scorrere inesorabile del tempo, di quel tempo che ci rende sempre più vulnerabili ed irriconoscibili a noi stessi, sperduti nello sguardo di chi vorrebbe comprendere e descrivere con più profonda cognizione il susseguirsi dei frantumi, un privilegio che integra le relative apparenze e provoca il privilegio della espressione, sotto una normalità più o meno apparente che si avviluppa a scansioni alternando interruzioni, sconnessioni, disinganni – “Non sarà più la sera che calante/ annuncia solo un giorno che va via/ coi suoi colori vecchi. Declinante/ il segno non sarà della mia vita/ volta a rammemorare. Alla natura/ riaprire le finestre di un ostello/ non varrà che annunciare alle mie mura /colori di serate ritrovate.” - Il poeta sa che è arduo essere classicamente contemporanei, ma sa anche che al giorno d’oggi non può fare a meno di esserlo. Di qui la sua ricerca lucida e appassionata che attinge nello straripare dell’assoluto, con richiami al quotidiano, con richiami a ricordi, con richiami a fantasie trascorse. Leggendo queste poesie si ha come la sensazione che non sia più possibile fare poesia oggi se non aderendo a quel programma espresso così bene agli inizi del Novecento per una «poesia da camera», dove l’occhio avesse anche una sua parte rispetto a quella svolta dalla funzione acustica, ancora inebriata da quella energia mitica, che dava, un tempo lontano, senso alle grandi narrazioni. Nel nostro tempo ci sforziamo di rinvenire il pulviscolo dell’io, mescolato a tanti oggetti tecnologici, virtuali e non. Le riflessioni, le visioni, i segni colorati: realizzano un album di ritratti-digressioni che s’inseguono, una capsula di polveri variegate, dove ciò che si vuole comunicare al lettore è il continuo rimescolarsi degli atomi del vissuto, del pensato e delle associazioni mentali, ossia molto spesso felice aspirazione all’empireo. La sottigliezza del segno verbale, una sottigliezza che corrisponde ad una acutezza dell’ impegno del cuore e alla capacità di cogliere il senso nascosto delle opere giornaliere  e dei loro enigmi, svela gli intenti creativi di Nazario. Una poesia dagli scarti umorali, soprassalti, tensioni, discordanze, che cercano intrecci sorvegliati, impennate dell’io, registri multiformi e cangianti.
 Ancora la memoria lavora di cesello, realizza riprese scandite attraverso un ritmo semplice, un ludico corrodersi del pensiero, un contatto continuo con le emozioni, una sintassi delle osservazioni, il comprimere nel ritmo un diaframma che possa svelare ogni sussulto del sub conscio. “Begli occhi che incantate,/ voi splendete del mistico lucore/dei ceri accesi meridiani; il sole/ affoca, ma non lede quella fiamma/fantastica; essi celebran la morte,/ voi cantate il Risveglio; ed incedete,/cantando il risveglio dell’anima mia,/ astri che alcun sole può offuscare!” – Il canzoniere si arricchisce risalendo sino alla delicatezza fulminea delle apparizioni, nella scelta di un prestito dalla vita per verificare ciò che viene messo in scena dalla vita stessa, virare entro uno spazio di finzione per consentire ai suoni di superare la rete dell’abbandono. Così i mistici rintocchi dell’occaso esplodono nella teatralizzazione di alcuni versi scritti per Baudelaire (Rivelazione ), per Rimbaud (Battello ebbro), per Verlaine (Grotteschi), ove brillano le scelte musicali, nella traduzione libera dei testi. Anche il paesaggio, i luoghi della gioventù, le mura del rincorrersi, ritornano nei versi incastonati per illuminare trasalimenti biondi di grano, macchie di ginepri, ondulazioni di nubi, la collina dal grande piano azzurro, la pineta, lo stormo dei piccioni, e rivelano nell’autore la scelta del doppio codice che si libera nell’utopia o incalza nel relativo controllo della ri/costruzione.  Non vi è un campo di preferenze lessicali, ma un approdo sicuro che al poeta rimane dopo una sofferta proiezione nei suoi ciclici ritorni: le cadenze che fanno riemergere la voce in quella densità di intonazione che appartiene alle metafore pregne di rappresentazione. Un tentativo di mantenere – quasi in forma di compromesso – l’immagine al riparo dall’erosione temporale; senza tuttavia farla scomparire nella dimensione non temporale, e perciò sempre un poco astratta. Non è una scrittura incline a rinnegare la sua provenienza per farsi custodia di un ricordo. Al contrario, i versi sono consapevoli del duplice rischio cui si espongono – svanire nel tempo o ridursi a un «senso» astratto; perciò non esitano a frantumare se stessi per incidere risuonando. Il titolo del libro vorrebbe indicare al lettore il tentativo di ritrovare quelle cose che si sono magicamente allontanate,  ma in gioco c’è una elaborazione profonda, fatta di metafore ed astrazioni, che modifica le proporzioni e le aspettative. Ecco quindi l’idea di una scrittura laboriosa e ricercata, i segni che vorrebbero rinunciare a farsi verità al posto delle immagini, rifiutando di sostituirsi all’immediatezza della visione e creando una dimensione altra.
Raramente la poesia può permettersi di gareggiare con l’esperienza. E l’esperienza diventa vita subito, bruciando il perché della vita stessa fuori da ogni asprezza che nulla ha a che fare con il realismo, con qualsivoglia realismo.
“… Ed è il cielo che crea quella gioia,/ proprio quel cielo/ a cui lo sguardo alziamo raramente/ intruppato in una morsa di fan-ghiglia./ Se forse gli levassimo le braccia/ per scenderlo fra noi,/ se tutti quanti alzassimo le mani/ per cogliere il suo immenso/e riportarlo a terra,/il nostro volto si farebbe blu,/ blu come gli occhi/di un largo mare azzurro/che rassomiglia tanto a un verso immortalato...” – La distanza, devota ed affidabile, attraverso il filtro della devozione, avvolge in un alone di mistero, che potremmo riprendere nella intemperie sentimentale, nel tessuto della speranza, nel coinvolgimento dello scambio della fantasia.






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Autore: AA.VV. a cura di Amoruso Raffaella
Titolo: "Love is Life" Vol.3 Collana Amici d'inchiostro
Formato: 15x21
Pagine: 48
Anno di pubblicazione: 2015
ISBN: 978-88-97341-78-9

In questa antologia è la parola nella sua essenzialità ad emergere con forza.
Il lessico alieno ad ogni tentativo di disgregazione per il gusto di stupire rende le poesie, agganciate al secolo scorso ma attuali al tempo stesso.
Componimenti scanditi in versi dove ogni pausa ha un suo significato e dove nulla è superfluo, i fronzoli retorici sono banditi e le sfumature e le metafore s'intrecciano in un gioco di specchi.
Gli elementi naturali fanno da contrappunto alla musicalità delle parole, che ci regalano l'intimità degli autori., che riescono a donarci con poche pennellate di colori emozioni che ci fanno volare verso la dimensione del sogno.
In molte poesie emerge il sentimento più nobile, l'amore inteso come portatore di vita. Nella natura troviamo l'armonia che nei versi viene resa anche con l'utilizzo delle onomatopee e quindi nella sua immediatezza.
I testi sono affreschi dove gocciola il tempo ricamando la vita, in molti l'uso dei chiaroscuri fanno degli autori degli artisti a trecentosessanta gradi, poiché riescono ad unire parola, immagini e musicalità nella danza della vita.
La grande capacità descrittiva emerge in molte liriche dove introspezione e realismo danno un tocco di originalità ai poeti e alle loro liriche.



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Autore: Amoruso Raffaella
Titolo: INFINITA-MENTE MARLEN
Formato: 15x21
Pagine: 120
Anno di pubblicazione: 2014
ISBN: 978-88-97341-758

Può un corpo, nella sua prorompente femminilità, annullare completamente il pensiero della persona al quale appartiene? O può, viceversa, lo stesso pensiero condizionare lo stesso corpo nel suo agire fisico, fino a renderlo succube dell’elucubrazione mentale?

In Infinita-mente Marlen, questa tesi sembra assumere consistenza nel momento in cui il lettore entra nel testo o, per meglio dire, lo avvinghia come fosse preda o visibilità di un’astrazione al limite dell’accadimento.
In un verso, collocato nelle prime pagine del componimento, si legge:
Perfettamente imperfetto.
Infantile e provocante
Nella sua semplicità.
gioco di ossimori dove l’imperfezione fisica, reale o immaginata, trova respiro nella leggerezza della sua semplicità.
A ritmi regolari
Accarezzo
La mia femminilità.
Liberatoria
Cascata di sale
Tra le lacrime
Si confonde.
La stessa leggerezza si trasforma in estasi quando Marlen si fonde nel e con il suo corpo, miraggio o consapevolezza di un insostituibile godimento che appare, nel verso successivo dove:
La voce
Accarezza la mente
Con sogni proibiti.
Si concretizza, in questo caso, quella forza del pensiero, quella fantasia scudo/protettiva racchiusa in ogni manifestazione d’erotismo.
Il lavoro della Amoruso prende forza e si accende dove, anche la parola, sembra assumere musicalità diversa. È quasi un grido quello che si percepisce tra lo
Smalto rosso
Effimero sogno di passione.
Foga bruciante
Sulla carne che grida.
Bisbiglio lussurioso
Di energica femmina avida.
che sembra attenuarsi subito dopo nel:
Soffocare il pianto nel tango
Sfregamento di corpi storditi
Due cuori immensi respirano
Passi di danza


Una straordinaria visualità poetica accompagna il lettore nella parte conclusiva del poemetto:
Calmo e placido
Il mare inghiotte
I nudi corpi
In un abbraccio caldo
Dove il salato si mischia
alla trappola amorosa
Di linfa vitale.
… e la luna sta a guardare …
dove ancora una volta, la luna, nel suo tempo senza tempo, assume le sembianze riflettenti d’ un romantico voyeur.



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Autore:Plinio Acquabona
Titolo: E, nude, leggerò altre scritture - Collana "I POETI DI SMERILLIANA"
Formato: 12X18
Pagine: 152
Anno di pubblicazione: 2014
ISBN: 978-88-97341-741

In una prospettiva telescopica che delinei un quadro sinottico dell’ampia produzione poetica di Plinio Acquabona dal 1965 al 2014 (mezzo secolo) si può individuare una invariante gnoseologica ed ermeneutica. È costante l’attitudine del poeta a sfuggire nello stesso tempo alla concezione necessitante del mondo e alla visione totalizzante di una metafisica mistica, isolata dal reale. Egli si colloca sempre, pur nella variazione di temi e stilemi nell’arco della sua esperienza di scrittura, in una posizione che si potrebbe definire ‘interstiziale’, alla ricerca di quei vuoti cronotopici, tempo/eterno, presenza/assenza, che ritmano il pulsare della storia individuale e collettiva tra discretum e continuum.


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Autore:Kunvar Narayan
Titolo: Nessuno è altro - Collana "I POETI DI SMERILLIANA"
Formato: 12X18
Pagine: 56
Anno di pubblicazione: 2014
ISBN: 978-88-97341-69-7

Forse un modo per avvicinare súbito il lettore all’opera di Kunvar Narayan è citare la definizione che della poesia egli stesso aveva dato nel prologo alle sue liriche pubblicate nell’antologia Terzo settetto (Tsira Saptak, 1959), dove affermava che essa è la «critica della vita». Nelle ventiquattro poesie qui scelte, tutto l’intreccio di atmosfere se da una parte rivela l’impianto profondamente strutturale di Nessuno è altro, dall’altra intende visualizzare il disegno olistico del poeta. Le diversità devono restituire l’idea dell’unità e dell’identità. Narayan, senza mai indugiare nell’eccessivo culturalismo, alterna l’uso di ricercate strutture formali (come la costruzione genitivale persiana) e di preziosismi lessicali alle espressioni del parlato, ricorrendo di volta in volta a matrici linguistiche diverse: hindi, sanscrito, urdu, persiano, inglese. In particolare, l’urdu intensifica il richiamo del passato con le sue sonorità e la sua carica evocativa, mentre il sanscrito, nella sua purezza diamantina, illumina la percezione metempirica e la speculazione. Elegantemente abrasivo nei versi di contenuto civile, il linguaggio si fa carezzevole nelle liriche sulla natura, riproducendosi in chiavi sempre differenti.


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